
“Requiem laico sull’ambiente”: il sottotitolo volutamente low profile non tragga in inganno. The Blue Planet, infatti, definito un vero e proprio oratorio multimediale ed in scena da stasera all’otto febbraio al Teatro Nazionale di Roma, trae infatti più di una ispirazione dal primo dei libri biblici: la Genesi. Non è la prima volta che un autore trae ispirazione per le sue opere dai racconti delle origini delle grandi religioni, basti pensare, per restare al nostro Paese, a Gilgamesh di Franco Battiato.
Questa volta è stato il regista gallese Peter Greenaway (affiancato da Saskia Boddeke e supportato dalle musiche di Goran Bregovic) a confrontarsi con il racconto genesiaco, in particolare con la parte relativa a Noè e al diluvio. Il risultato è un’opera ambiziosa in cui il racconto biblico diviene pretesto (nel senso più nobile del termine di ciò va al di là del testo) per mettere in scena i drammi della contemporaneità, in primis quelli cagionati da un uso irresponsabile dell’ambiente.
Greenaway non ha dubbi: «La Genesi, come mito, ci fornisce un’agenda d’intrattenimento dove percuotiamo le ansie del nostro tempo» e ancora: «Ci chiediamo se l’elemento virtuale e reale siano concetti così distanti, ma la Bibbia dopo tutto è un “fantasy second life affair”, offrendo il Paradiso come il desiderio dell’appagamento, è un libro di storie di sogni e di speranze».
Un’opera destinata a far discutere, insomma, ma dopotutto meglio discutere di miti arcaici che di quelli dei nostri tempi.
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