Israele: no agli ascensori “del sabato”: potrebbero indurre in equivovo

Si può litigare per un ascensore? La risposta non può che essere affermativa se ci trova in Israele e si sta parlando delle rigide regole dello shabbat che impediscono –nel giorno sacro per eccellenza- di compiere qualsiasi tipo di lavoro, sia pure quello che consiste nel pigiare un pulsante elettrico.

Finora, per aggirare la norma che impedisce di premere il tasto per accedere al piano desiderato, si provvedeva con i cosiddetti ascensori automatici “del sabato”: salendo e scendendo a ciclo continuo e fermandosi automaticamente a tutti i piani, permettevano di evitare le scale rispettando però le norme dei riposo ebraico. Ora, però, anche sull’ascensore “ebraicamente corretto” si sono indirizzati i fulmini degli ortodossi più oltranzisti, in particolare quelli facenti capo al rabbino Yosef Shalom Elyashiv il quale (dall’alto della biblica età di 95 anni) ha stabilito che la cosa potrebbe indurre in equivoco.

Un osservatore esterno potrebbe infatti essere indotto a pensare che i pii ebrei stanno infatti usando un ascensore normale infrangendo quindi le norme del sabato. Questione di apparenze, insomma. Inutile dire che la questione sta facendo molto discutere in Israele, anche perché la richiesta è quella di vietare l’uso degli ascensori in tutte le strutture pubbliche, ospedali inclusi. La linea ne gioverà di sicuro, il dialogo tra le varie componenti dell’ebraismo forse un po’ meno.

Quando l’archeologia ha un anima: in un film la vicenda di padre Michele Piccirillo

“Quando ebbi l’incarico di girare un documentario sui mosaici della Terra Santa, la prima reazione fu di sconcerto: come raccontare quell’insieme infinito di colori, animali, uomini, padri della chiesa, simboli e divinità, – quell’incrocio senza soluzione di continuità tra paganesimo e cristianesimo? Ogni immagine raffigurata aveva una storia da raccontare. Il filo conduttore era rappresentato da Padre Michele Piccirillo, che, come un subacqueo, si era immerso per decenni in quel mondo perduto. (…) Per me, non credente, non avrei pensato che un incontro con un uomo di chiesa potesse essere tanto vivificante. C’era un momento, quando eravamo alla fine di qualche lavoro, in cui mi diceva scherzando: “Ora ti devi confessare”. Non mi sono confessato, ma credo di aver fatto qualcosa – dal mio punto di vista – di più importante: aver contribuito a mettere davanti a tanti occhi uno dei più bei momenti dell’arte cristiana, quello in cui alla raffinatissima tecnica del mosaico si unisce, deciso e inspiegabile, l’impulso verso il divino. Anche i non credenti provano emozione leggendo il Vangelo”.

Così il regista Luca Archibugi presenta il docu-film “Tessere di pace in Medio Oriente”, che illustra la trentennale attività di padre Michele Piccirillo, definito l’Indiana Jones con il saio e scomparso lo scorso anno. Ma padre Michele non è stato solo un valentissimo archeologo: si deve a lui la creazione di laboratori di restauro in cui lavorano fianco a fianco ragazzi di diversa nazionalità e religione che, come le tessere del titolo del film, compongono alla fine un disegno armonioso.

Una figura affascinante, quella di Piccirillo, che l’opera di Archibugi può contribuire a far uscire dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Se a sua volta, essa stessa, dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori riuscirà ad uscire: per ora si sa solo che verrà proiettata alla prossima edizione della Borsa mediterranea del turismo archeologico.

Influenza suina: in Israele sarà solo “messicana” per non urtare la sensibilità degli ultraortodossi

Se si vuole essere certi, ma proprio certi al 100% di non essere colpiti dal virus dell’influenza suina che sta allarmando il mondo intero per il pericolo di una pandemia, non rimane che una cosa da fare: trasferirsi in Israele. E non perché il Paese mediorientale sia al riparo dal contagio (un paio di casi sembra si siano verificati anche lì e un paio di persone di ritorno da Messico sono attualmente tenute sotto osservazione) bensì perché le autorità israeliane hanno deciso di cambiare nome al morbo.

Come informa il quotidiano israeliano Haaretz, infatti, il viceministro con delega alla sanità Yakov Litzman, appartenente ad un partito ultraortodosso, avrebbe preso la decisione per non urtare la sensibilità dei suoi correligionari, visto che la carne di maiale è severamente proibita nell’alimentazione ebraica. Incontrando i cronisti in un centro medico, l’esponente politico ha quindi dichiarato che nel territorio israeliano l’influenza sarà chiamata “messicana”, anziché “suina”, per non dover usare l’aborrito termine. Essendo per una volta forse d’accordo anche con la minoranza musulmana che vive in Israele, la quale a sua volta non ciba di carne suina.

La questione ha comunque anche un risvolto scientifico, in quanto l’Organizzazione mondiale della sanità animale ha invitato a sua volta a non usare il termine “influenza suina” bensì, “influenza nord-americana”. Senza che fossero dei religiosi a dettare la linea.

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