Tradurre testi sacri: un dibattito aperto

Dove si situa il confine tra il “religiosamente corretto” e la precisione filologica nella traduzione di un testo sacro? La questione non è di lana caprina, come testimonia la vicenda di Laleh Bakhtiar e della sua traduzione-versione del Corano in lingua inglese. In Italia se ne sono occupati Isabella Massardo e OGMO. La studiosa iraniana ha sostituito alcuni termini con altri per favorire la comprensione del testo sacro al lettore occidentale, ma con la sua operazione si è attirata moltissime critiche e il dibattito è aperto. Il problema si pone certamente anche per la Bibbia (esistono moltissime traduzioni anche molto diverse tra di loro) e non è certo di facile soluzione. A mio modestissimo parere conta molto l’uso che si intende fare dell’opera tradotta: se viene utilizzata cioè per uso personale o per altri scopi. A me, per dire, piacciono molto le traduzioni bibliche di Erri De Luca, ma ne faccio solo un uso personale, se le usassi per scopi liturgici qualcuno chiamerebbe la neuro, con qualche buon motivo, tra l’altro. Certo, non è questa la soluzione del problema, ma può aiutare a districare la matassa.

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5 Risposte

  1. Questa questione delle traduzioni di testi sacri, più o meno aderenti all’originale, mi ha sempre affascinato!
    Ad esempio: mio padre sostiene che nella famosa frase ” è più facile che un cammello passi attraverso una cruna, piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli”, con il termine “cruna” ci si riferisca non tanto alla cruna di un ago, bensì ad un particolare tipo di arco, piuttosto diffuso nei vicoli delle cittadine medio orientali, mollto piccolo e stretto e dove per un cammello sarebbe senza dubbio risultato piuttosto difficile e faticoso passare, ma non del tutto impossibile.
    In questo caso la traduzione influenzerzbbe fortemente il senso della frase stessa.
    Ne sai qualcosa, donmo?
    (Né io, né mio padre siamo ricchi, quindi la nostra è pura curiosità… filologica!) 😉

    Zoe

  2. Quello che so io (vaghe reminiscenze classiche) è che si tratta di una errata interpretazione della parola tradotta con “cammello”. Non è infatti l’animale, bensì il termine greco che indica un grosso spago, una sorta di cordoncino spesso, che difficilmente passa attraverso la cruna di un ago.
    Purtroppo non ricordo bene il termine greco in questione e non ho un vocabolario a portata di mano, ma mi sembra di ricordare bene il contesto.

  3. Silvia! Mi stai dando davvero grandi soddisfazioni 🙂 Esatto, è proprio come dici tu: quella che proponi è infatti una delle interpretazioni possibili (a memoria mi pare che l’assonanza sia kamilos – kamelos).
    Del resto, bisogna però anche dire che diversi esegeti sostengono che Gesù aveva in mente proprio di provocare il suo uditorio con un paradosso, e quindi il cammello sarebbe proprio un cammello. Tesi che a me non dispiace per nulla.
    Anche quella che propone Zoe è un’interpretazione possibile. Del resto, come dice sempre un mio amico esegeta: per quanto uno possa proporre una teoria che gli sembra ardita, c’è da scommettere che qualcuno l’ha proposta prima di lui.

  4. Pace su di voi.
    Per ciò che riguarda la traduzione dei testi religiosi, secondo me è più un “problema” per coloro che ne usufruiranno, invece che una questione editoriale. Chiunque abbia un serio interesse in merito, infatti, dovrà prima o poi dotarsi della conoscenza delle lingue originali di quegli stessi testi, per poterne meglio penetrare il senso. Una traduzione gli sembrerà sempre e comunque insoddisfacente, per così dire.

    Ebraismo ed Islam condividono meno questo problema, forse; giacchè coloro che ne praticano i culti sono tenuti a farlo nelle lingue bibliche, e nel migliore dei casi questo implica uno studio che pur avvalendosi di traduzioni, le scavalca e le sublima nella comprensione personale, se Dio vuole.
    Pace.

  5. Già, infatti è come dici tu. Io mi rammarico sempre di non conoscere il greco e l’ebraico (specialmente quest’ultimo).

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