Calligrafia e spiritualità: l’Oriente in mostra a Milano

Sutra buddhistimotti confuciani, nomi di divinità shintoiste, mandala di caratteri e mantra, testi taoisti, aforismi zen, preghiere cristiane. Nella storia della calligrafia i temi dello spirito hanno occupato uno spazio rilevante, sia in Cina che in Giappone, rispecchiando la ricchezza delle tradizioni religiose e dei sistemi morali delle grandi culture dell’Estremo Oriente.

La mostra “Lo Spirito e il segno, Calligrafie dell’Estremo Oriente su tema religioso e morale” presentata dall’Associazione culturale Shodo con la collaborazione della  Confederazione Europea di Calligrafia e che aprirà i battenti il prossimo 30 novembre,  ha la particolarità di esporre opere di importanti calligrafi giapponesi, cinesi e coreani, insieme a opere di calligrafi europei e italiani che studiano questa antica e modernissima forma d’arte. Tutti sono stati invitati a realizzare una o più opere appositamente per questa mostra, senza limitazioni di forma, stile o dimensioni, ma attenendosi al tema della spiritualità, nella  declinazione preferita da ciascuno.

Praticata da millenni, la calligrafia (shodō in giapponese, shufa in cinese) ai nostri giorni sta rivelando nuove potenzialità espressive e comunicative, entrando nelle gallerie d’arte e nella grafica come un’arte contemporanea diffusa  a livello internazionale. Rappresenta perciò uno stimolante esempio di contaminazione creativa tra passato e presente, tra Estremo Oriente e mondo occidentale.

La mostra è esposta presso La Casa delle culture del mondo di Milano. In questa sede si svolgerà un denso programma di eventi: le “Giornate della Calligrafia”, organizzate in occasione della mostra da: Associazione culturale Shodo, Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il programma delle “Giornate” include conferenze di approfondimento sulla cultura cinese e giapponese, performance artistiche e teatrali,  laboratori di pratica calligrafica e visite guidate su prenotazione .

Una sezione collaterale della mostra, dedicata allo “Spirito della natura”, sarà allestita dal 1° al 7 dicembre presso l’Associazione Arte Giappone, sempre a Milano.

Gli Hindu e le cremazioni all’aperto: una sentenza che farà discutere in Inghilterra

Forse Davender Gahi non ne è ancora perfettamente cosciente, ma il suo nome potrebbe passare alla storia dei rapporti tra religioni e poteri statuali. Del suo caso parlammo già lo scorso anno, visto che il medesimo venne definito “il più controverso caso di libertà religiosa della storia della giurisprudenza britannica”. In sintesi, la vicenda era quella di un cittadino britannico di religione induista al quale l’Alta Corte (cui si era rivolto dopo che il consiglio municipale di Newcastle gi aveva negato il permesso) aveva negato il permesso di essere cremato su una tradizionale pira a cielo aperto. La motivazione addotta per il diniego era che tutte le cremazioni dovevano avere luogo in un apposito “edificio”, intendendo con ciò una struttura dotata di pareti e tetto.

L’uomo non si arrese e fece ricorso alla Corte d’appello, la quale ha finalmente emesso l’atteso favorevole verdetto. La questione sembra di lana caprina, ma è invece estremamente interessante: i giudici hanno  infatti stabilito che la pira può essere legale se si trova in un edificio dotato di pareti, di tetto ma anche (e qui sta la soluzione che pare metta d’accordo capra e cavoli) di un’apertura. Proprio la presenza dell’apertura consente a Ghai di sostenere che il suo corpo sarà cremato all’aperto (e  “far sì che l’anima sorga dalle fiamme come la mitica fenice, e non che sia incenerita in un forno industriale”) non violando così i precetti della propria religione.

Dopo la sentenza (che interessa oltre 500.000 indù che vivono oltremanica) l’uomo ha dichiarato di essere fuori di sé dalla gioia e che la stessa “ha infuso nuova vita nei sogni di un vecchio”, intendendo almeno implicitamente, che la pira può almeno per il momento attendere, anche se la battaglia di principio era vinta.

Per una battaglia vinta, però, nuovi interrogativi sorgono: dopo le “battaglie sul velo” che hanno riguardato e riguardano il mondo musulmano, avremo altre battaglie di opinione sul fronte induista? E, più in generale: come le tradizioni provenienti da altre culture, tradizioni e religioni sono integrabili nelle società occidentali? Interrogativi cui solo il tempo saprà dare una risposta certa.

Animali e religioni tra induismo, islam e cristianesimo

Tempi duri per gli animali coinvolti in festività religiose, considerato il fatto che i medesimi si trovano “dall’altra parte della barricata”: sono cioè coloro cui si fa la festa e non certo i festeggiati.  Nel distretto nepalese di Bara, come informa Asia News, è infatti in corso la festività indù del Gadhimai Mela, nota per detenere il triste primato di maggior evento sacrificale al mondo. Durante le festività, che culmineranno dopodomani con il previsto arrivo di circa un milione di persone, “i fedeli sacrificano al dio Gadhimai migliaia di animali quali bufali, capre e polli. Secondo l’induismo essi placano con la loro sofferenza la rabbia del dio, donando agli uomini fortuna e prosperità”.  Ovviamente, i buddhisti locali e gli animalisti fanno puntualmente sentire la loro protesta (esiste anche un sito approntato appositamente) ma nulla sembra riuscire a fermare la mattanza. Eppure la cosa non ha solo risvolti religiosi, ma pure sociali, visto che durante i festeggiamenti avvengono episodi poco commendevoli, come racconta la stampa locale e il blogger Enrico Crespi in un suo interessantissimo post.

Ma per gli animali non sono tempi duri solo nel lontano Nepal: venerdì prossimo sarà infatti l’Aïd el Kébir (festa del sacrificio). La festa si svolge il decimo giorno dell’ultimo mese del calendario musulmano e consiste nell’uccisione di un montone che deve essere poi diviso in tre parti uguali: una per la famiglia, una per i vicini e una per i poveri.

Se a tutto ciò si aggiunge che al Natale manca ormai poco più di un mese e che per i tacchini si prospettano tempi bui, il quadro è davvero completo.

Hanuman: il videogioco che fa arrabbiare gli induisti (ma solo quelli americani)

Può un videogioco far arrabbiare gli induisti? Pare di sì, visto che a causa di Hanuman: Boy Warrior (questo il suo nome) la Sony è stato accusata “di prendersi gioco delle divinità dell’Induismo, in quanto controllare un dio importante come Hanuman con strumenti come un joystick e dei bottoni, significa ridurlo a un semplice personaggio e denigrarlo”.

In realtà, a ben vedere, le cose non sono cosi semplici. A protestare, infatti, secondo quanto riportato da GamePolitics, è stato soprattutto Rajan Zed, un induista americano della Universal Society of Induism, il quale ha in effetti lanciato accuse molto pesanti nei confronti della multinazionale produttrice del gioco.

Ben diverso pare sia stato invece l’atteggiamento degli induisti DOC, quelli indiani, insomma. I quali hanno sì protestato, ma non per l’offesa ad Hanuman, bensì, molto più prosaicamente, perché il videogioco pare non sia all’altezza delle aspettative degli appassionati del settore. “Hanuman dovrebbe essere ritirato da Sony non per questioni religiose, ma semplicemente perché il gioco è terribile” si legge per esempio in Gaming Indians.

Interessante come le cose vengano valutate diversamente da chi le conosce dall’interno rispetto a ci ne ha una conoscenza approfondita quanto si vuole, ma pur sempre mediata.

Cristianesimo e religioni orientali: un rapporto complesso tra contaminazioni e condanne

Sempre complesso il rapporto tra cristianesimo e religioni orientali. La cosa può persino apparire paradossale, visto che il cristianesimo stesso è, a ben pensarci, una religione proveniente dall’Oriente, ma tant’è. Al riguardo, mi limito a segnalare tre interventi in merito apparsi negli ultimi giorni.

Il primo è di padre Luciano Mazzocchi, uomo di vasta esperienza in merito avendo vissuto lunghi anni in Giappone, del quale vale la pena  leggere uno scritto davvero interessante.  Ecco un  cameo per invogliare alla lettura completa del testo: “L’uomo d’oggi vuole accedere alla verità percorrendo la via coi propri piedi: infatti sperimenta un forte bisogno di sentirsi dire la verità da dentro di se stesso, dall’esperienza, dal corpo, dalla natura. La spiritualità orientale ha avuto cura di questa esigenza esistenziale e la gente ne è attratta, come a un bisogno reso più attuale da certi atteggiamenti autoritari e rigidi assunti da persone di chiesa, che imperterriti predicano una verità che non necessita dell’esperienza umana; anzi, si teme che da questa possa essere contaminata”.

L’altro intervento è di Marco Guzzi e in questo caso sono da leggere e da meditare anche i commenti perché costituiscono pure essi un autentico segno dei tempi.

E per finire (dopo le aperture di Mazzocchi e Guzzi) una condanna: quella dell’episcopato statunitense nei confronti del Reiki, antica pratica spirituale e terapia alternativa proveniente dal Giappone.

Insomma, le questioni aperte sul tappeto sono ancora tante e del rapporto cristianesimo/Oriente ci sarà da parlare ancora molto. E per fortuna.

Inghilterra: polemiche per una mancata cremazione induista

Ecco un caso in cui la libertà religiosa del singolo entra in conflitto con il diritto statuale in modo tale da farne un autentico caso di studio. La vicenda, che sta facendo discutere tutta l’Inghilterra e non solo (ieri sera ne ha parlato anche il TG1 delle 20) riguarda Davender Ghai, un settantenne induista residente nel Newcastle, che afferma di sentirsi discriminato perché, dopo la sua morte, sa già che sarà impossibile cremarlo all’aria aperta secondo i dettami della sua religione.

Ora l’Alta Corte è chiamata a pronunciarsi sulla questione, definita dai legali dell’uomo come “il più controverso caso di libertà religiosa della storia della giurisprudenza britannica”. La vicenda non è in effetti di facile soluzione, in quanto i roghi all’aria aperta sono fuorilegge fin dal 1902 e la soluzione di compromesso prospettata all’indù britannico (far assistere i suoi familiari all’intero processo di cremazione) è stata da lui respinta.

Sarà davvero interessante vedere come andrà a fine la cosa, ma si tratta davvero di un caso di scuola in cui è estremamente difficile contemperare le diverse esigenze in campo. E però di casi del genere, nelle nostre società sempre più multi-religiose, se ne verificheranno sempre di più, per cui c’è proprio da stare a vedere.

Yoga e religioni: la sua pratica ora fa discutere l’Islam

Della questione se la pratica dello yoga sia compatibile o meno con la spiritualità cristiana e di come sia possibile integrare il primo nella seconda, si dibatte ormai da anni e le posizioni in merito sono ormai sufficientemente ben definite nelle loro linee generali.

Minore attenzione è stata finora posta alle problematiche relative alla relazione tra yoga ed altre forme di religiosità. Provvidenziale, quindi, un articolo del quotidiano francese Le Monde (ripreso in Italia da Internazionale) nel quale si parla della compatibilità tra pratica dello yoga ed islam. Le autorità musulmane sono in proposito divise: mentre in Malesia ed in Indonesia, infatti, le pratiche yogiche sono vietate, diversa è invece la situazione in India.

Nel subcontinente asiatico, addirittura, come spiega il quotidiano francese, lo yoga non solo è lecito, ma assurgerebbe addirittura al ruolo di volano del dialogo interreligioso tra induisti e musulmani in quanto “ciascuno è libero di intonare Om, lodare Gesù o Allah, a patto che la posizione del loto sia rispettata”.

E indubbiamente è migliore questa posizione di quella che fa dello yoga, pratica antichissima e venerabile, una semplice ginnastica alla moda.