Più religiosità più benessere: lo dice una ricerca americana

Il rapporto tra la religiosità e il benessere individuale è stato l’oggetto di un recente sondaggio che la Gallup ha realizzato negli Stati Uniti d’America nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Quello che è emerso è che esiste una stretta correlazione tra i due fattori nella vita degli individui: ad un maggiore tasso di religiosità corrisponderebbe un maggiore tasso di benessere individuale. Ai fini del sondaggio, la popolazione statunitense è stata suddivisa in tre macroaree: i molto religiosi, i non religiosi e i moderatamente religiosi. Al primo segmento appartengono coloro che dichiarano di frequentare con regolarità un luogo di culto almeno una volta la settimana e comprende il 43,7% della popolazione adulta. I non religiosi, al contrario, sono coloro che dichiarano che la religione non è un fattore importante della propria esistenza e non frequentano pressoché mai luoghi di culto. Si dichiara tale il 29,7% della popolazione adulta. I moderatamente religiosi, infine, rappresentano il 26,6% della popolazione adulta.
La differenza del benessere percepito individualmente, notano gli autori della ricerca, è altamente significativa, anche se è difficile individuarne le cause. Il rapporto causa – effetto potrebbe anche essere invertito: è cioè possibile che individui che godono di maggior benessere possano essere spinti a dare più importanza alla religiosità nella propria esistenza. Quello che è certo è che comunque la religiosità incrementa l’interazione sociale e spinge verso stili di vita in grado di ridurre lo stress, tutti fattori che hanno ovviamente ricadute positive sul livello di benessere. Senza contare che la religione è in grado di fornire meccanismi ed anticorpi in grado di far fronte ai problemi e alle sconfitte della vita.

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Dagli Stati Uniti alcune ragioni cristiane per festeggiare Halloween

Avvicinandosi la festa di Halloween, è ormai tradizione da alcuni anni che dall’interno del mondo cristiano, diverse voci (provenienti sia dalla tradizione cattolica che evangelica) si scaglino contro la medesima. C’è però chi la pensa diversamente ed invita i cristiani a non farsi scrupolo di festeggiare la ricorrenza. È il caso della chiesa battista di Ballston, nello stato di New York, sul cui blog è comparso un post sul quale vale la pena riflettere brevemente.
Halloween e la festa pagana di Samhain, si fa notare, non sono la stessa cosa. Del resto, anche le feste cristiane per eccellenza, Natale e Pasqua, hanno indubbie ascendenze pagane, ma questo non costituisce motivo per non celebrarle. La stessa festa incriminata, non ha sempre avuto le caratteristiche truculenti e demoniache che possiede attualmente: fino al XIX secolo Halloween veniva festeggiata senza mascheramenti spaventosi e demoniaci e nulla vieta di tentare di ripristinare tale tradizione.
Un’altra argomentazione riguarda il fatto che non bisogna guardare necessariamente la festa di Halloween unicamente come un giorno in cui il male trionfa, bensì come un giorno in cui le forze del male e Satana stesso possono essere derisi. Lutero stesso affermava che il modo migliore di scacciare il demonio, nel caso egli si rifiuti di cedere alle Scritture, è quello di schernirlo e di farsi beffe di lui. L’autore dell’articolo prosegue quindi nella sua argomentazione invitando a non temere di celebrare Halloween nelle chiese, il primo novembre, accendendo una candela e pregando per i santi, comprendendo nell’espressione anche le persone speciali della nostra vita.
In definitiva, conclude, chi crede nel Cristo che ha vinto la morte non può avere timore di festeggiare una ricorrenza che pur si richiama al male.
Le argomentazioni sono buone e lo stile è propositivo e privo di aggressività, merce rara di questi tempi.

Americani e religione: i reciproci influssi in due recenti pubblicazioni

Il rapporto degli americani con la religione (e con il cristianesimo in particolare) è analizzato in un paio di interessanti pubblicazioni che vale la pena di segnalare. La prima è un articolo di Cathy Lynn Grossman apparso su Usa Today e ripreso sul Corriere della Sera da Armando Torno. “How America sees God”, ovvero “Cosa possiamo dire di Dio”, questo il titolo della ricerca, intendeva rispondere a due semplici quesiti: “Quando pregate Dio a chi o a che cosa pensate di rivolgervi? E quando cantate «God bless America» a chi chiedete di benedire la vostra terra?”.
I risultati dell’indagine sono così sintetizzati da Torno: “Un 28% crede in un Dio autoritario, impegnato nella storia e capace di fulminare con punizioni severe coloro che non lo seguono. C’è poi il Dio benevolente, che per questa ricerca vale il 22%. Si identifica anche in azioni di politica contingente, simili a quelle in cui il presidente Obama dichiara di essere spinto a vivere la sua fede cristiana nel servizio pubblico. È un Dio impegnato e ama e ci sostiene quando ci prendiamo cura degli altri. C’è poi il Dio critico. Vale il 21%. Chi crede in Lui? I poveri, i sofferenti e gli sfruttati. Sono convinti che non perda di vista le cose di questo mondo. (…) C’ è infine il Dio lontano: lo crede il 24%. Quasi un americano su quattro lo considera distante, ma ciò non significa che non abbia alcuna religione”. L’indagine mette in rilievo insomma quanto la religione sia presente sulla scena pubblica statunitense molto più di quanto lo sia in Europa.
L’altra pubblicazione da segnalare è il volume: “La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda”, di Joe Bageant, che racconta i “seguaci delle chiese battiste indipendenti, così chiamate perché il loro «sistema di credenze in pratica può essere adattato a qualunque interpretazione dei testi sacri passi per la testa di ”predicatore Bob” o ”pastore Donnie”». Si tratta di pastori e fedeli dall’istruzione sommaria, conseguita in «colleges» finanziati dalle autorità locali dove ogni materia è insegnata nell’ottica della Bibbia interpretata alla lettera. Gente non cattiva, ma devastata dall’impatto prima con decenni di guerra fredda e poi col dilagante materialismo”. Un’altra faccia del “Dio americano”.

Comunità online e chiese: uno stop dai giudici americani

Può una comunità che vive soltanto online fregiarsi della denominazione di “chiesa”? La risposta a tale domanda ha implicazioni teologiche non indifferenti, come si può facilmente intuire, che spaziano dal campo liturgico a quello sacramentario e così via. Negli Stati Uniti è stata ora data una risposta a tale domanda, anche se ciò che l’ha originata non sono astratte questioni teologiche ma molto più concreti interessi di dare e avere: Negli States, infatti, le Chiese riconosciute come tali godono di importanti e sostanziosi benefici fiscali.

La Foundation of Human Understunding, una comunità virtuale che vive soltanto in rete e via etere, ha fatto quindi richiesta per essere riconosciuta ufficialmente come “chiesa”, ma la sua domanda è stata rigettata dalla Corte d’appello federale. Quest’ultima, nella propria sentenza, ha stabilito che esistono alcuni criteri minimali perché una chiesa possa essere riconosciuta come tale: un credo, una forma di culto, un insieme di dottrine, una disciplina interna, dei leader riconosciuti, dei membri che non siamo contemporaneamente anche fedeli di altre chiese ed un regolare servizio di culto.

È proprio su quest’ultimo punto che pare si siano infranti i desideri della FHU di vedersi riconosciuta come chiesa. Mentre infatti per i precedenti criteri non pare sussistano particolari problemi, il giudice ha stabilito che il cosiddetto “ministero elettronico” non possa essere ricompreso tra quelli previsti dal legislatore americano. La sentenza farà indubbiamente discutere e ne risentiremo parlare, non solo negli States.

LaChapelle e Michael Jackson: a New York in mostra un Gesù moderno

David LaChapelle, celebre fotografo e regista americano noto tra l’altro per aver lavorato con personaggi quali Naomi Campbell, Whitney Houston, Uma Thurman e, recentemente, Lady Gaga, espone alla Paul Kasmin Gallery di New York la sua ultima installazione dal titolo American Jesus. Non è la prima volta che LaChapelle si confronta con temi sacri, basti ricordare il suo Deluge, ispirato al Diluvio Universale dipinto da Michelangelo nella Cappella Sistina e che fu esposto tra l’altro nella mostra milanese dedicata all’artista americano un paio di anni fa.

In American Jesus (come dice lo stesso nome della mostra) LaChapelle fa rivivere Gesù ai nostri giorni, come se le scene evangeliche si svolgessero nella nostra modernità. Ciò che attira di più l’attenzione del visitatore, tuttavia, sono le immagini contenenti la figura di Michael Jackson. LaChapelle ha dichiarato che l’idea di rappresentare la pop star gli è venuta dopo la morte di quest’ultimo, nel 2009, e di essersi servito di un sosia. Il rappresentare Gesù in abiti e situazioni moderne e contemporanee non deve stupire o tantomeno scandalizzare, visto che si tratta di un filo rosso che attraversa la storia dell’arte pressoché dalle sue origini fino ai nostri giorni.

La mostra, di sicuro impatto, resterà aperta fino al 18 settembre 2010.

“National Day of Prayer”: negli USA le polemiche non fermano la Giornata

Il primo giovedì di maggio è il giorno in cui tradizionalmente negli USA si svolge il National Day of Prayer, la Giornata nazionale di preghiera, che si inserisce nel solco di quella civil religion che vede negli States la sua terra di elezione.  La serenità dell’edizione 2010 di questo evento –ancora abbastanza sentito Oltreoceano-  è stata intaccata tuttavia da un paio di fatti (uno dei quali potremmo definire “interno” e l’altro “esterno”) al punto che alcuni si sono interrogati se mantenere tale Giornata nel calendario delle celebrazioni pubbliche.

Nel primo caso si è trattato della revoca fatta al pastore Franklin Graham di partecipare all’evento. Graham si era infatti distinto per alcune affermazioni decisamente religiously incorrect nei riguardi dell’Islam. Riferendosi ai musulmani il pastore aveva tra l’altro dichiarato: “Non mi piace come trattano donne e minoranze, lo trovo orrendo, il vero Islam non può essere praticato in America, i musulmani devono sapere che Gesù è morto per i loro peccati”. Inutile dire che tali affermazioni hanno fatto montare una marea di polemiche il cui eco non si è ancora spento.

Altro motivo di polemica, questa volta “esterno” è stato invece quello provocato dalla decisione di Barbara B. Crabb, giudice del Distretto occidentale del Wisconsin, di porre in discussione la legittimità della Giornata. La sentenza, arrivata in seguito ad un ricorso presentato dalla Freedom From Religion Foundation, afferma tra l’altro che la preghiera, essendo un atto di natura prettamente religiosa, andrebbe lasciata alla libera scelta dei cittadini e non dovrebbe essere oggetto di prescrizioni di origine statuale.

Le polemiche ( di cui si parla molto anche in campo cattolico) non hanno comunque frenato l’organizzazione della Giornata e dalla Casa Bianca il presidente Obama ha emanato l’apposito proclama. Anzi, i proclami sono due, visto che lo stesso giorno il presidente ne ha emanato un altro che dichiara maggio “Mese del patrimonio ebraico americano”. Nonostante le polemiche, dunque, la preghiera non solo lascia, ma raddoppia.

Media e religione: solo lo 0,8% di copertura negli Stati Uniti

Ci vorrebbe un Osservatorio di Pavia anche per la religione. È il primo pensiero che salta in mente scorrendo l’interessante studio pubblicato nei giorni scorsi negli Stati Uniti e dedicato a quanto e come i media d’Oltreoceano seguono le vicende in materia di religione.

Dopo aver analizzato ben 68.700 notizie pubblicate nel corso del 2009, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che esse rappresentavano solo uno striminzito 0,8% del totale delle notizie (percentuale tra l’altro simile a quella ottenuta da altri argomenti quali l’istruzione o l’immigrazione). Percentuale estremamente bassa, ma addirittura inferiore a quella del 2008, quando un analogo studio ne aveva riscontrata una dell’1%. Per avere un termine di paragone, quelle in tema di assistenza sanitaria hanno avuto, nel corso del medesimo arco temporale, una copertura dell’11% totale delle notizie.

Circa due terzi di dette notizie, informa sempre lo studio, si incentrano su storie che hanno avuto luogo negli Stati Uniti mentre solo un terzo originano fuori dei confini nazionali. Le tv via cavo (che negli States hanno un’audience notevole) hanno dato maggior spazio alle notizie che mescolavano tra loro religione e politica, come ad esempio il dibattito seguito all’elezione di Obama ed i suoi rapporti con la fede. Le grandi reti televisive nazionali, dal canto loro, come NBC, CBS e ABC, hanno invece dato maggior spazio ad eventi internazionali, quali la visita del Papa in Medio Oriente o la revoca della scomunica ai vescovi lefebrviani.

Il rapporto analizza anche un importante trend: è destinato a crescere –vi si afferma infatti- il ruolo dei nuovi media come principale luogo deputato a riportare notizie e discussioni intorno alla religione, mentre è destinato a diminuire il numero di coloro che si occupano di tali questioni nei media tradizionali.

Per tornare all’inizio del post, è un peccato che simili accurate ricerche non vengano svolte anche nel nostro Paese.