Gli Hindu e le cremazioni all’aperto: una sentenza che farà discutere in Inghilterra

Forse Davender Gahi non ne è ancora perfettamente cosciente, ma il suo nome potrebbe passare alla storia dei rapporti tra religioni e poteri statuali. Del suo caso parlammo già lo scorso anno, visto che il medesimo venne definito “il più controverso caso di libertà religiosa della storia della giurisprudenza britannica”. In sintesi, la vicenda era quella di un cittadino britannico di religione induista al quale l’Alta Corte (cui si era rivolto dopo che il consiglio municipale di Newcastle gi aveva negato il permesso) aveva negato il permesso di essere cremato su una tradizionale pira a cielo aperto. La motivazione addotta per il diniego era che tutte le cremazioni dovevano avere luogo in un apposito “edificio”, intendendo con ciò una struttura dotata di pareti e tetto.

L’uomo non si arrese e fece ricorso alla Corte d’appello, la quale ha finalmente emesso l’atteso favorevole verdetto. La questione sembra di lana caprina, ma è invece estremamente interessante: i giudici hanno  infatti stabilito che la pira può essere legale se si trova in un edificio dotato di pareti, di tetto ma anche (e qui sta la soluzione che pare metta d’accordo capra e cavoli) di un’apertura. Proprio la presenza dell’apertura consente a Ghai di sostenere che il suo corpo sarà cremato all’aperto (e  “far sì che l’anima sorga dalle fiamme come la mitica fenice, e non che sia incenerita in un forno industriale”) non violando così i precetti della propria religione.

Dopo la sentenza (che interessa oltre 500.000 indù che vivono oltremanica) l’uomo ha dichiarato di essere fuori di sé dalla gioia e che la stessa “ha infuso nuova vita nei sogni di un vecchio”, intendendo almeno implicitamente, che la pira può almeno per il momento attendere, anche se la battaglia di principio era vinta.

Per una battaglia vinta, però, nuovi interrogativi sorgono: dopo le “battaglie sul velo” che hanno riguardato e riguardano il mondo musulmano, avremo altre battaglie di opinione sul fronte induista? E, più in generale: come le tradizioni provenienti da altre culture, tradizioni e religioni sono integrabili nelle società occidentali? Interrogativi cui solo il tempo saprà dare una risposta certa.

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Animali e religioni tra induismo, islam e cristianesimo

Tempi duri per gli animali coinvolti in festività religiose, considerato il fatto che i medesimi si trovano “dall’altra parte della barricata”: sono cioè coloro cui si fa la festa e non certo i festeggiati.  Nel distretto nepalese di Bara, come informa Asia News, è infatti in corso la festività indù del Gadhimai Mela, nota per detenere il triste primato di maggior evento sacrificale al mondo. Durante le festività, che culmineranno dopodomani con il previsto arrivo di circa un milione di persone, “i fedeli sacrificano al dio Gadhimai migliaia di animali quali bufali, capre e polli. Secondo l’induismo essi placano con la loro sofferenza la rabbia del dio, donando agli uomini fortuna e prosperità”.  Ovviamente, i buddhisti locali e gli animalisti fanno puntualmente sentire la loro protesta (esiste anche un sito approntato appositamente) ma nulla sembra riuscire a fermare la mattanza. Eppure la cosa non ha solo risvolti religiosi, ma pure sociali, visto che durante i festeggiamenti avvengono episodi poco commendevoli, come racconta la stampa locale e il blogger Enrico Crespi in un suo interessantissimo post.

Ma per gli animali non sono tempi duri solo nel lontano Nepal: venerdì prossimo sarà infatti l’Aïd el Kébir (festa del sacrificio). La festa si svolge il decimo giorno dell’ultimo mese del calendario musulmano e consiste nell’uccisione di un montone che deve essere poi diviso in tre parti uguali: una per la famiglia, una per i vicini e una per i poveri.

Se a tutto ciò si aggiunge che al Natale manca ormai poco più di un mese e che per i tacchini si prospettano tempi bui, il quadro è davvero completo.

Hanuman: il videogioco che fa arrabbiare gli induisti (ma solo quelli americani)

Può un videogioco far arrabbiare gli induisti? Pare di sì, visto che a causa di Hanuman: Boy Warrior (questo il suo nome) la Sony è stato accusata “di prendersi gioco delle divinità dell’Induismo, in quanto controllare un dio importante come Hanuman con strumenti come un joystick e dei bottoni, significa ridurlo a un semplice personaggio e denigrarlo”.

In realtà, a ben vedere, le cose non sono cosi semplici. A protestare, infatti, secondo quanto riportato da GamePolitics, è stato soprattutto Rajan Zed, un induista americano della Universal Society of Induism, il quale ha in effetti lanciato accuse molto pesanti nei confronti della multinazionale produttrice del gioco.

Ben diverso pare sia stato invece l’atteggiamento degli induisti DOC, quelli indiani, insomma. I quali hanno sì protestato, ma non per l’offesa ad Hanuman, bensì, molto più prosaicamente, perché il videogioco pare non sia all’altezza delle aspettative degli appassionati del settore. “Hanuman dovrebbe essere ritirato da Sony non per questioni religiose, ma semplicemente perché il gioco è terribile” si legge per esempio in Gaming Indians.

Interessante come le cose vengano valutate diversamente da chi le conosce dall’interno rispetto a ci ne ha una conoscenza approfondita quanto si vuole, ma pur sempre mediata.

Inghilterra: polemiche per una mancata cremazione induista

Ecco un caso in cui la libertà religiosa del singolo entra in conflitto con il diritto statuale in modo tale da farne un autentico caso di studio. La vicenda, che sta facendo discutere tutta l’Inghilterra e non solo (ieri sera ne ha parlato anche il TG1 delle 20) riguarda Davender Ghai, un settantenne induista residente nel Newcastle, che afferma di sentirsi discriminato perché, dopo la sua morte, sa già che sarà impossibile cremarlo all’aria aperta secondo i dettami della sua religione.

Ora l’Alta Corte è chiamata a pronunciarsi sulla questione, definita dai legali dell’uomo come “il più controverso caso di libertà religiosa della storia della giurisprudenza britannica”. La vicenda non è in effetti di facile soluzione, in quanto i roghi all’aria aperta sono fuorilegge fin dal 1902 e la soluzione di compromesso prospettata all’indù britannico (far assistere i suoi familiari all’intero processo di cremazione) è stata da lui respinta.

Sarà davvero interessante vedere come andrà a fine la cosa, ma si tratta davvero di un caso di scuola in cui è estremamente difficile contemperare le diverse esigenze in campo. E però di casi del genere, nelle nostre società sempre più multi-religiose, se ne verificheranno sempre di più, per cui c’è proprio da stare a vedere.

Yoga e religioni: la sua pratica ora fa discutere l’Islam

Della questione se la pratica dello yoga sia compatibile o meno con la spiritualità cristiana e di come sia possibile integrare il primo nella seconda, si dibatte ormai da anni e le posizioni in merito sono ormai sufficientemente ben definite nelle loro linee generali.

Minore attenzione è stata finora posta alle problematiche relative alla relazione tra yoga ed altre forme di religiosità. Provvidenziale, quindi, un articolo del quotidiano francese Le Monde (ripreso in Italia da Internazionale) nel quale si parla della compatibilità tra pratica dello yoga ed islam. Le autorità musulmane sono in proposito divise: mentre in Malesia ed in Indonesia, infatti, le pratiche yogiche sono vietate, diversa è invece la situazione in India.

Nel subcontinente asiatico, addirittura, come spiega il quotidiano francese, lo yoga non solo è lecito, ma assurgerebbe addirittura al ruolo di volano del dialogo interreligioso tra induisti e musulmani in quanto “ciascuno è libero di intonare Om, lodare Gesù o Allah, a patto che la posizione del loto sia rispettata”.

E indubbiamente è migliore questa posizione di quella che fa dello yoga, pratica antichissima e venerabile, una semplice ginnastica alla moda.

India: una spiritualità che tira (anche economicamente)

Le borse mondiali crollano, il prezzo del barile di petrolio schizza sempre più in alto, insomma, non è davvero un gran bel momento per l’economia mondiale. Eppure c’è un settore che ancora tira e non mostra segni di crisi: la spiritualità. Non è uno scherzo, almeno a leggere un articolo pubblicato dal sito indiano Sify.com. Pare infatti che nel popoloso subcontinente asiatico, proprio le esigenze dello spirito siano un potente volano per lo sviluppo economico. Un esempio eclatante è quello dei pellegrinaggi alle città sante: chi vi ha acquistato beni immobili, ha visto salire il loro valore anche di un cospicuo 45% annuo. Per arrivare ad uno strabiliante 400% in tre anni per chi ha investito in immobili nelle città gemelle di Vrindavan e Mathura. Cosa che, per fare un paragone magari irriverente, ma che può rendere l’idea, sarebbe stata un’ingenua utopia anche per i furbetti del quartierino. Brillanti prospettive vengono individuate anche per la città di Ajmer, nello stato indiano del Rajasthan, meta di crescenti pellegrinaggi in quanto sede di un noto tempio dedicato a Brahma. Va beh, in effetti fa un po’ senso parlare di spiritualità in termini economici (e/o viceversa) ma è una realtà che non si può ignorare, no?

Islam e induismo: due iniziative della Chiesa per il dialogo

Due buone notizie nel campo delle relazioni tra la Chiesa cattolica e le altre religioni. Quanto poi le medesime siamo bene accolte dalle stesse, si vedrà, ma intanto non resta che registrarle. La prima viene da Milano, dove l’ufficio Ecumenismo e dialogo dell’arcidiocesi ha rinnovato anche quest’anno l’invito ai parroci a passare anche nelle abitazioni dei fedeli di fede musulmana durante la visita nel periodo natalizio alle famiglie per la benedizione delle case. “Le esperienze degli anni scorsi – spiegano don Gianfranco Bottoni, responsabile dell’ufficio e don Giampiero Alberti, collaboratore per i rapporti con l’Islam – ci incoraggiano a proseguire in questa linea: le nostre feste di Natale o di Pasqua possono offrire l’occasione per un incontro”. L’ufficio diocesano ha preparato per l’occasione due modelli di lettera (disponibili anche in lingua araba, inglese, francese e urdu) da lasciare nelle case dove si spiega ai fedeli musulmani il significato per i cristiani della festa del Natale e il desiderio di dare insieme “al mondo una testimonianza efficace della nostra fede nell’Unico Dio”.

Nel frattempo, e siamo all’altra notizia, il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha diffuso il testo rivolto ai fedeli hindu per la festa di Diwali. “E’ solo attraverso il nostro dialogo – si afferma tra l’altro nel documento – evitando ogni forma di pregiudizio e di idee stereotipate sugli altri e testimoniando fedelmente i nostri precetti ed insegnamenti religiosi, che possiamo realmente superare i conflitti”.